Non ha fine la querelle politico-legislativa che persiste sul tema del riordino amministrativo. Mentre la totale soppressione delle province tanto evocata negli ultimi anni prendeva spunto da un reale e coerente principio di contenimento dei costi finanziari (spendìng review).......
il decreto da poco licenziato, anche per le troppe resistenze degli apparati, definisce una "semplice" riduzione del numero delle Province sul territorio. imponendo accorpamenti posticci e traballanti, recuperando nuovi confini e distinguo campanilistici ed infine provocando un fuggi-fuggì generale da una sponda provinciale all'altra. In realtà, a leggere con attenzione questo decreto di riordino sì intravede un netto depotenziamento in fatto di competente e deleghe riconducibili a soli quattro funzioni specifiche di area vasta e cioè: tutela dell' ambiente, pianificazione dei servizi di trasporto, manutenzione delle strade ed infine programmazione e gestione delle scuole secondarie di secondo grado (quest'ultima funzione inserita all'ultimo istante dal Senato).
A questa miseria di facoltà riconosciute alle nuove Province si deve aggiungere inoltre che gli organi di governo rimarranno il Consiglio provinciale eletto dai Consigli comunali, quale organo di secondo livello e, naturalmente, il presidente della Provincia; niente elezioni dirette, dunque, niente giunta, niente assessori. Si ha come l'impressione che la procedura adottata dal governo tratteggi un simbolico contentino concesso ai rappresentanti dei partiti, un deludente scambio politico peraltro abbastanza inefficace: il governo non ti azzera tutte le Province però ti lascia in braghe di tela, senza soldi e senza deleghe.
Infatti per occuparsi dì ambiente e di trasporti (tenuto conto che rimangono sempre della Regione le decisioni prevalenti sulla programmazione di questi settori) forse sarebbero bastati un paio di strutture tecniche decentrate e, comunque, per rattoppare una strada piena di buche non sarà proprio il caso di far intervenire personalmente un presidente di Provincia. Con queste premesse e con l'assenza di prospettive sul piano decisionale e di gestione del territorio, soprattutto per la scarsità di mezzi finanziari, si trova un po' superflua e inutile questa verve polemica, questi insistenti pronunciamenti di anti- costituzionalità e di aberrazione legislativa. Stiamo litigando sul nulla.
Forse sarebbe più proficuo inserire nel dibattito in corso una imperdibile e approfondita riflessione sulla necessità di rilancio e di promozione delle tre province jonico-salentine, sforzandosi di trovare una base comune dì valori e di identità, di tradizioni e di esperienze per cercare di inglobarle in un unico e fruttuoso progetto di trasformazione e riproposizione unitaria. Che questo disegno porti, come sperano ormai in tanti, alla nascita del Grande Salento o a qualche altro soggetto politico-amministrativo poco importa; per convincersi della necessità di una nuova e più larga aggregazione territoriale basta osservare le- classifiche pubblicate dal Il Sole 24 Ore su alcuni indicatori economici e di vivibilità delle province: italiane per verificare che Taranto, Lecce e Brindisi si collocano attualmente agli ultimi posti nelle varie graduatorie, soprattutto sul tema del lavoro e della ricchezza prodotta, e si prevede che continuino ad essere fanalino di coda anche dopo la rimodulazione: accorpiamo dunque, lasciandole intatte, le nostre debolezze.
In questo momento poi appare imbarazzante e un poco sgradevole. litigare a priori sulla definizione del- la città capoluogo quando bisognerebbe rovesciare il tavolo delle nostre paure e dei nostri egoismi per proiettarci verso un nuovo orizzonte di contaminazione e confronto positivo tra le varie e distinte anime culturali ed economiche esistenti, sperando di ricavarne benefici e motivazioni tanto robusti da permettere alla realtà jonico-salentina di non farsi per sempre fagocitare, domani più di ieri, dalla forza centripeda e accentratrice della costituenda città metropolitana di Bari; inoltre costruire una grande area di' appartenenza non significa delegittimare le proprie origini e le proprie tradizioni, rinunciare al proprio dialetto e al proprio folklore ma invece metterli a disposizione del nuovo soggetto politico-amministrativo ricusando definitivamente le nostre incapacità e la nostra modestia nel relazionare i con il nuovo che avanza e con il vicino che ti sprona.
Questo appunto ci sembra il tempo del mettersi tutti in gioco, del procedere con una sferzata all'apatia decennale che pervade le nostre contrade, della rinuncia alle nostre perenni e permalose resistenze ed, infine, è il momento di accettare in modo consapevole questa magnifica sfida che ci viene presentata se non altro per recuperare in pieno il senso di piacere e di soddisfazione del bravo "provinciale".

