La scomparsa dello storico Denis Mack Smith mi ha colto impreparato. Non è affatto imprevedibile che una persona giunta ormai alle soglie dei cento anni ci possa lasciare, anzi; ciò nonostante ho provato quella sgradevole sensazione di sorpresa, quasi una doppia amarezza, che si avverte quando ci viene comunicata la dipartita di un vecchio conoscente o di un personaggio famoso, che si riteneva,
con pacata costernazione, già morto e sepolto da tempo. L’illustre professore, colto e gentile, se n’è andato alla sua veneranda età e dopo una vita prestigiosa di studioso attento, libero intellettualmente, passata a raccontare le vicende umane senza fronzoli, senza increspature ideologiche, scrivendo libri di storia chiari ed essenziali, come solo i divulgatori anglosassoni (e gli storici latini) sanno fare. Dopo aver sottovalutato la notizia del suo decesso comunque ho dovuto ripensarci. Mi sono ricordato del valore dei suoi saggi storiografici sull’Italia a cui ha dedicato gran parte della sua vita di ricercatore, e li ho confrontati, come in un istantanea, alla sempiterna quotidianità politica che affligge il nostro paese, alla trita e ritrita dialettica inconcludente, al limite del paranoico, il cui ingombro Mack Smith ha tante volte svelato tirandosi dietro le minacciose contumelie dei commentatori nostrani, permalosi ed elogiativi, a loro volta pronti ad incensare, ad aggiornare, a reinventare personaggi e situazioni, persino luoghi, rendendo poco a poco sempre più fosca e sfilacciata la rappresentazione di una realtà storica destinata ogni giorno di più verso una completa irrilevanza.
Sono stato, a suo tempo, un vecchio conoscente di Mack Smith, senza averlo mai incontrato o averci scambiato mai parola, tantomeno averci preso una tisana al rosmarino insieme; semplicemente l’ho frequentato, come tanti altri lettori, attraverso i suoi libri di storia. Probabilmente non avrei amato la storia se non avessi conosciuto Mack Smith all’ultimo anno di liceo. Preparai l’esame di storia con i suoi tre volumi sull’Unità d’Italia, intervallandoli con le baldanzose biografie risorgimentali di Montanelli. L’esame andò benone ma sbagliai ad alzare la posta scegliendo anche nella prova scritta di Italiano un argomento sul Risorgimento, pensando di andare sul sicuro, ma commettendo un madornale errore, preferendolo cioè ad un argomento di trattazione più aperta e meno vincolante dove probabilmente avrei potuto essere più ardito e convincente. E per giunta mi tirai dietro l’ira funesta della professoressa di Lettere, l’amata De Cataldo, che si infuriò perché non avevo scelto la trama di attualità su cui ero più portato a far emergere quella che lei riteneva, bontà sua, la mia vena creativa di ispirazione ispano-cilena.
Quella scelta, comunque, fu certamente influenzata dalla lettura coinvolgente sul nostro Risorgimento fatta sui libri di Mack Smith che colpivano sia per il vigoroso e mai aulico tratteggio dei suoi protagonisti, da Cavour a Garibaldi ai Savoia, sia per il puntiglioso e mai sarcastico riferimento all’indole fluttuante, ondivaga, irrequieta e un po’ fetente di noi italiani: senza alcun ombra di affettazione o ricorso ad ostentata eloquenza, senza giustificazionismi e revisionismi partigiani. La storia d’Italia diventava facile da capire attraverso la sua narrazione precisa, scorrevole, senza pregiudizi e senza giri di parole, dicendo pane al pane e vino al vino, attraverso resoconti e aneddoti a volte inclementi ma sempre illuminanti e convincenti nella descrizione dei desideri e delle aspirazioni collettive del nostro popolo.
Qualche storico nostrano gli ha imputato una descrizione elitaria e parziale della storia d’Italia e tra l’altro l’assenza del popolo. Ma a chi non piacerebbe una storia con il popolo protagonista? Purtroppo nelle vicende politiche italiane il popolo è quasi sempre rimasto ai margini, comparsa e vittima, spesso ignaro e bofonchiante, gonzo e un po’ furbastro tale da suggerire a Flaiano la famosa boutade che immaginava l’italiano andare sempre incontro al vincitore.
Insomma questo signore della divulgazione asciutta e garbata, ci ha spiegato l’avventurosa origine di uno Stato senza popolo, sottolineandone le fragilità senza mai disprezzarlo, esaltandone in qualche circostanza la grandezza senza adularlo, descrivendone le ossessioni senza colpevolizzarlo; analizzandone infine gli innumerevoli difetti e vizi che imperterrito coltiva e riesuma da secoli e a cui non riesce proprio a rinunciare. Dai suoi libri inoltre si comprende bene come certe figure di politici siano facilmente replicabili e come ci si smarrisce presto, compressi in una sorta di vulnerabilità atavica, di fronte a discorsi fumosi o promesse mirabili quanto, a volte, deliranti; restiamo sbalorditi alla vista di altezzosi fenomeni da baraccone a cui regaliamo facilmente trofei e nastrini da grandi statisti. E per fare questo ingoiamo rospi sempre più indigesti e disgustosi. Denis Mack Smith alla fine mi ha aiutato attraverso la sua lente di ingrandimento a farmene ben presto una ragione di questo traballante andazzo, facendomi comprendere le mille difficoltà incontrate nella formazione di una nazione che ancora oggi rimane orfana di traguardi e di destino incerto, con un provvisorio presente in perenne bilico tra precipizio e spavalderia. Quando si dice che i libri ti segnano.

