Ancora entusiastici gli ascolti fatti registrare dal commissario Montalbano, maestro di garbo e innato candore. Farsi arrestare da lui parrebbe persino un attestato di merito, di cui vantarsi. A volte ...
il colpevole, messo con le spalle al muro, preferisce suicidarsi con un colpo di revolver non tanto per il peso della sua colpa quanto per la vergogna e l’umiliazione provata nell’implacabile e puntigliosa ricostruzione accusatoria finale del commissario. Montalbano lo amiamo in quanto incarnazione dei nostri sogni, come improbabile nostro alter ego, immaginario sosia ideale, ciò che ardentemente desideriamo essere: bonario e prudente soprattutto nelle difficoltà, preciso e pragmatico, acuto e mai ossessivo, piacevolmente istrionico e immancabilmente discreto e corretto persino con i criminali, ossequioso delle regole anche quando si vede costretto dalle imperscrutabili necessità investigative a catafottersene (in tal caso “altamente”) deviando e salvando le indagini da procedure e nefandezze burocratiche.
Insomma tutto l’armamentario che noi ostentiamo lui lo sfoggia amabilmente e con fierezza. Perché Montalbano, diciamo la verità, giustifica e normalizza, nascondendoli, i tratti subdoli e indecorosi che la vita ci dipana rendendo presentabili le sottili imperfezioni di noi umani. Per questo lo amiamo e gli siamo riconoscenti, perché redime i nostri ondeggiamenti, inganna, sanandola, la nostra imperizia.
Montalbano ci ha viziati con la sua ordinaria e piacevole normalità, con il suo andamento pacifico e virtuoso in un mondo in cui sembra usuale lasciarsi fuorviare da sotterfugi e magagne eticamente insopportabili, alla ricerca perenne di scorciatoie furbesche e di improbabili farfanterie.
Montalbano ci ha viziati con i suoi teneri e complicati coinvolgimenti con donne inderogabilmente sensuali, dal fisico e dal temperamento travolgenti, sollecitato da una sensibilità e da una educazione sentimentale che contrastano con certi approcci frenetici, a volte macabri, ossessionati dal sesso parecchio esibito, intriso da tresche frettolose e disadorne; ci ha viziati con il suo incedere arcuato ed elegante anche in mezzo ad aride e pietrose trazzere di campagna facendosi largo tra risuonanti cicalecci e oleandri in fiore, grovigli di sterpi e fichi d’india disegnati tra muretti a secco che conducono a casolari scolpiti dallo scirocco, quasi sempre circondati da ovini omerici.
Viziati da una visione lirica perduta per sempre e dalle sue nuotate riposanti e silenziose, alla ricerca di pensieri e significati vitali, dentro un mare odoroso di misteri, custode di attraversamenti millenari, così diverso da quello in cui ora, pur cercandolo disperatamente, non riusciamo più ad immergerci.
Ci ha viziati e saziati con la sua prelibata arte culinaria, con l’aroma fragrante e delicato che emana dai cibi preparati da Adelina e mangiati con calma nella frescura del desco apparecchiato (o conzato?) sulla verandina tra tegami di triglie, fritte e mangiate a prima fame, formaggi, melanzane e passulluna croccanti, arancini al pistacchio, pasta fresca incasciata, soffice come neve, piatti semplici e genuini dove sono finalmente bandite le premurose punte di basilico in cima e gli evitabilissimi fronzoli da masterchef.
Ci ha viziati e gliene siamo eternamente grati per averci nascosto telefonini e tablet, per averci sottratto i sussulti degli sms, dei whatsapp, delle mail, per non aver condiviso nessun selfie, per essere troppo concentrato sulle facce e i movimenti delle persone reali, pensando bene di delegare tutta la faccenda informatica, ironia della sorte, al più maldestro dei suoi aiutanti, l’irresistibile e farsesco Catarella. Ed infine ci ha viziati allietandoci con il linguaggio aulico e melodioso di una sicilianità sfrontata e sfavillante, mai irriguardosa e cupa, impreziosita da gesti e sguardi esplicativi e sibillini, una parlata aspra e dolce, intonata come uno spartito musicale il cui suono chiarisce le circostanze più indescrivibili, definisce e illumina i codici di comportamento dei protagonisti avvolgendoli in una simbiotica identità ambientale.
Nella “La mossa del Cavallo” un funzionario dell’Ufficio delle Entrate di origine siciliana ma trapiantato in Liguria viene spedito a Vigata per indagare sulle ragioni della mancata riscossione dei tributi e fare luce sulla sparizione di due suoi predecessori. L’integerrimo funzionario per quanto scaltro e affidabile si trova spaesato nel comprendere le trame di complicità esistenti nella zona ed inizierà a sciogliere l’intricato garbuglio di relazioni malavitose solo quando riprenderà a pensare e ad agire nella sua originaria lingua madre, cioè quella siciliana. Lingua e territorio in un intreccio inscindibile. Con un altro stile e con diversa finalità ritroviamo lo stesso legame nell’Adalgisa dello scrittore lombardo Gadda. Ma se Montalbano si esprimesse in Italiano certamente non avrebbe su di noi lo stesso effetto.
Pubblicato il 25 Febbraio 2018 su

