Tornano in voga i precetti dello stoicismo che insegnano a saper padroneggiare appieno i propri pensieri e le proprie azioni, a rifuggire dal superfluo, a placare l’insaziabilità dei sensi. Si esercita la mente a dominare gli eventi avversi e a vivere secondo natura. Insomma, si cerca di fare del proprio meglio per essere felici. Si tratta di una serie di sane e rette consuetudini che però difficilmente la mente umana, spesso frettolosa e ansimante, riesce a osservare.
Tuttavia oggi c’è una grande attrazione per questa filosofia che intriga una moltitudine di persone piuttosto scontente e angosciate da una modernità che li inquieta, che va troppo veloce. I richiami agli insegnamenti stoici si manifestano quando si verificano mutamenti sociali vorticosi e travolgenti, quando non si riesce più a controllare la trama del destino, quando l’ordine esistente delle cose sembra andare in frantumi. Allora si va alla ricerca di un nuova bussola per potersi orientare, di un nuovo equilibrio da perfezionare.
C’è un filo conduttore che lega le origini dello stoicismo alle dottrine di derivazione orientale propagate agli albori dell’uomo da figure millenarie come gli sciamani, indovini, guaritori, astrologi che praticavano il misticismo ascetico derivandolo dai fenomeni naturali. I popoli nomadi indoeuropei che si insediarono nella parte centrale dell’Asia trasformarono questi rituali in pratiche religiose come l’Induismo e il Buddismo. Solo a partire dal VI sec a.c. però queste credenze giunsero sul continente greco, e quindi in Occidente, trasportati dall’avanzata degli eserciti persiani che spinsero verso la costa mediterranea la sapienza orientale facendola incontrare con la speculazione filosofica greca, diffondendola nelle colonie greche dell’Egeo, come Mileto o Samo, a due passi dalla costa della Turchia. Allora si iniziò a riflettere sulla cosmologia orientale, sulla concezione del tempo, sulla teoria della trasmigrazione delle anime (metempsicosi). La filosofia stoica si sviluppò certamente sulle tracce di Eraclito di Efeso (altra colonia dell’Asia minore) che cercò di coniugare i credi religiosi delle Upanised vediche con il sistema di valori del razionalismo greco. Eraclito fu il primo a definire il Logos, cioè la ragione, come fonte di ogni azione umana, concependolo come un fuoco sempre vivo, eternamente acceso, che non smette mai di bruciare, come avviene nella ortodossia di Zoroastro. Lo stesso principio che in seguito divenne fondante per il pensiero stoico. Erano tutti materiali di origine religiosa e mitologia, scrive il filologo classico M.L.West, che la filosofia greca seppe assimilare e integrare nel suo progetto razionale di spiegazione della realtà. I Greci ricevettero dall’Asia i germi della loro religione, della loro cultura, del loro ordinamento sociale, cioè seppero elaborare e modellare “la stravaganza dell’immaginazione orientale” strutturandola in elaborazioni più confacenti al loro patrimonio intellettuale. La cultura ellenica fece un balzo avanti attraverso l’originale ventata di erudizione orientale.
Due secoli più tardi, nel IV sec a.c. la direzione di marcia che fece incontrare la cultura ellenistica con le dottrine orientali fu invertita dall’invasione di Alessandro Magno che penetrò nel cuore della regione asiatica. Fu a seguito di questo straordinario turbine bellico che il mondo angusto e conformista delle polis greche si ritrovò costretto ad aprirsi e confrontarsi con civiltà sconosciute, con conoscenze più vaste, che presenziavano ora al grande cosmo universale. Un mondo in espansione aveva bisogno di un’idea più cosmopolita di umanità, di una nuova coerenza morale che comprendeva l’obbligo di promuovere il bene del prossimo come appartenente allo stesso consorzio umano. Una filosofia più aperta, adeguata ad affrontare l’onda d’urto della storia. Difatti lo stoicismo che si sviluppò in Grecia proprio in questo periodo con Zenone servì a far capire che tutti gli uomini avevano il diritto di sentirsi concittadini del mondo e che, spinti dal logos universale, cioè dalla ragione contro la barbarie, si dovevano accettare le differenze pluralistiche della società e riconoscere agli altri la stessa dignità.
Più tardi, in piena Roma Imperiale, nel passaggio anch’esso traumatico dalla vita repubblicana in cui la comunitas era modellata su cerimonie e riti sacri consolidati, la vita delle persone divenne caotica e problematica. L’autorità imperiale, con il suo enorme splendore, esercitava sul popolo un dominio spietato e a volte brutale, per niente accettabile e sopportabile. La struttura sociale cambiava, nuovi poteri e nuove ambizioni crescevano, nuovi conflitti si creavano dentro questa spasmodica evoluzione. I confini della mente dell’uomo si espandevano di pari passo all’annessione di nuove terre. Anche in questo caso si determinò una rottura con il modo di vivere precedente. Lo stoicismo, pertanto, veniva incontro ad una esigenza degli individui di difendersi dalla crescente precarietà ed insicurezza del momento. La filosofia di Seneca e Epitetto, i pensieri di Marco Aurelio fecero capire che l’uomo, indipendentemente dalla sua condizione personale, veniva proclamato libero e capace di giungere alla virtù: vero libero è il saggio, vero schiavo è l’ignorante.
Lo stoicismo, anche oggi è un rimedio per imparare a governare l’inevitabile cambiamento senza affanni e senza eccessi, seguendo l’esortazione di Marco Aurelio: “tutto è piccolo, mutevole, e dilegua in un baleno”. Il duplice impatto derivante dall’accelerazione provocata dal mondo tecnologico e dalla prepotente intrusione della realtà virtuale nelle nostre vite, non fa altro che dilatare la corsa del tempo, mentre impedisce di godere il presente con l’intensità dovuta. Seguire i consigli spirituali dello stoicismo serve invece a rimanere in contatto con il proprio essere e ad allargare il campo della propria coscienza interiore.

