Nel romanzo fantascientifico “La guerra dei mondi” pubblicato nel 1897, H.G. Wells narra la discesa sulla Terra, dalle parti di Londra, di un gruppo di marziani proveniente da Marte. In breve, tramite gigantesche macchine da combattimento a tre gambe, chiamate "Tripodi", gettano nel panico la popolazione del luogo, carbonizzando con saette di fuoco (raggi di calore) tutto ciò che si presenta davanti.
Nelle pagine del libro trovo evocata, come una terribile profezia, l’immane distruzione di Gaza, laddove lo scrittore si dilunga su una fiumana brulicante di persone in marcia, (“un torrente di esseri umani che si accalcava, travolgendosi a vicenda”), un esodo, mai visto prima nella storia, di un popolo che si proietta in avanti in una disperata corsa cieca, abbracciato in una terribile esperienza di dolore. L’invasione aliena nei confronti di terrestri inermi, prostrati, incapaci di difendersi, per la straboccante superiorità tecnologica degli invasori, è vissuta come ingiusta e crudele. Wells definisce così la disfatta della civiltà, il massacro del genere umano a cui non è riservato soltanto lo sterminio, ma la volontà da parte di forze superiori, di fiaccare e distruggere ogni sua possibile resistenza. I marziani conclude Wells “stavano gambizzando l’umanità”.
Dopo aver scansato le brutture del Novecento i baby boomer, quelli nati negli anni cinquanta, nella loro vecchiaia, sono ora costretti a convivere, sia pure indirettamente, con conflitti sempre più imminenti e minacciosi. Dopo il Vietnam sembrava che nel mondo dovessero regnare solo pace e benessere, a parte qualche scaramuccia periferica, lasciando ai romanzi distopici l’incombenza di raccontare un mondo di sfracelli, un mondo derelitto, sottosopra, costellato di lande desertificate ridotte in macerie. Non saprei dire se, e quando, saremo in grado di superare la drammatica emozione suscitata dalla tragedia di Gaza oppure se il ricordo rimarrà scolpito per anni nei nostri cuori e nelle nostre coscienze, continuando a provocare inquietudine e turbamento, diffondendo una condizione esistenziale che il filosofo Galimberti ha definito come “spaesamento”, l’assoluta impossibilità dell'uomo di reperire un senso del tempo. Ci sentiamo cioè a tal punto disorientati che non sappiamo più riconoscere le nostre radici, dubitiamo della nostra identità, viviamo un presente distopico, come se da un momento all’altro dovessero arrivare i marziani per darcele di santa ragione. Ma i marziani siamo noi e di catastrofico e di tremendamente indicibile appare impregnata la realtà dei nostri giorni che va oltre ogni limite ed ogni possibile immaginazione dei romanzi più fantasiosi e terrificanti. Bisogna ammettere, con un certo avvilimento, che le barbarie del Novecento sono riemerse più insidiose di prima e che la violenza che il mondo ha conosciuto nella prima metà del secolo scorso è facilmente superabile in ferocia. Questo perché i secoli non si succedono in modo lineare ma accavallandosi e sovrapponendosi senza soluzione di continuità. I moti della storia non sono mai continui, separati da fratture nette tra un periodo ed un altro, ma si muovono a forma di spirale, vanno e vengono, scompaiono e riappaiono; per questo la brama di dominio e di supremazia ritorna sempre a prendere per la gola il genere umano, consolidandosi ogni volta ad un livello più odioso di brutalità.
La differenza rispetto al passato sta forse nella maggiore visibilità dell’orribile e dell’indicibile. L’impatto mediatico è così opprimente e ripetitivo, per cui anche eventi più distanti o apparentemente insignificanti, sono vissuti in prima persona come fenomeni della porta accanto; diventa istintivo, quasi naturale, sentirli addosso come una seconda pelle. La crudezza dei filmati e l’atrocità delle immagini sono così amplificate ed incessanti che strordiscono, piegano le ginocchia e non lasciano scampo. Con l’evoluzione digitale la mente umana tende quindi a radicalizzarsi, senza avere il tempo per riflettere, al punto che ogni minimo sussulto, nell’immediato, sembra ingovernabile e angosciante, proprio come avviene nei racconti di fantascienza.

